Meno CO₂ per m³ di calcestruzzo per anno di vita utile reale
08 Luglio 2026

Autori: Geom. Silvio Cocco
Editore: Tekna Chem
La sostenibilità del calcestruzzo non può essere un maquillage postumo
La decarbonizzazione del cemento è un tema reale, necessario e non più rinviabile. La produzione di clinker è una delle fasi più emissive della filiera e la riduzione del suo contenuto nei cementi rappresenta una delle strade oggi più percorse per diminuire l’impronta carbonica del costruito.
Tuttavia, nella pratica quotidiana del calcestruzzo preconfezionato, la questione appare più complessa di quanto racconti una semplice dichiarazione ambientale.
Non passa quasi giorno senza che emergano osservazioni, lamentele o difficoltà operative legate all’impiego dei nuovi cementi a ridotto contenuto di clinker. Molti produttori si trovano davanti allo stesso problema: si parte da una ricetta storica, consolidata nel tempo, si sostituisce il cemento tradizionale con un cemento a minore contenuto di clinker, poi ci si accorge che le prestazioni non sono più le stesse, soprattutto alle brevi stagionature. A quel punto, la soluzione più immediata è spesso aumentare il dosaggio di cemento.
La domanda diventa inevitabile: se per raggiungere le resistenze richieste devo aumentare il dosaggio, esiste ancora un reale risparmio di CO₂? E, soprattutto, la qualità dell’opera viene davvero salvaguardata?
La risposta non può essere ideologica. Se l’aumento del cemento resta entro limiti contenuti, ad esempio entro il 10-15%, e il nuovo cemento presenta una riduzione significativa della CO₂ per tonnellata, un risparmio teorico può ancora esserci. Ma questo ragionamento resta incompleto, perché considera soltanto il cemento e non il calcestruzzo finito.
Il calcestruzzo non è una somma di componenti. È un materiale strutturale destinato a lavorare per decenni in un ambiente reale, sotto carichi reali, con esposizione a carbonatazione, cloruri, gelo, cicli termici, umidità, fessurazioni, copriferri, dettagli costruttivi, posa in opera e stagionatura.
La vera unità di misura, quindi, non dovrebbe essere la CO₂ per tonnellata di cemento, ma:
meno CO₂ per m³ di calcestruzzo per anno di vita utile reale.
Questa è la metrica che dovrebbe guidare la progettazione, la produzione, il controllo e la scelta dei materiali.

La lavorabilità non è un dettaglio secondario: è il primo segnale della robustezza o della fragilità di una miscela.

Il riciclo è una risorsa solo quando diventa materia prima controllata, non variabilità scaricata sulla ricetta.

La resistenza a compressione è necessaria, ma non basta a raccontare la durabilità di un’opera.

Riparare è possibile; progettare perché non sia necessario è un’altra cosa.

Ponte di Carimate (CO) sfilacciato a seguito del passaggio dell’autotreno.

La durabilità si decide prima e durante il getto, non quando il degrado è già visibile.
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